Gli eventi nel Piceno
Erbe, piante, arbusti e frutti del bosco. Un mondo di tradizioni fra artigianato e cucina
Dai prodotti spontanei del territorio, erbe, piante, piccoli frutti e bacche, grandi risorse per artigianato e cucina.

Si inizia dall’ortica. Frequente ai bordi di terreni abbandonati, è una delle piante che si presta agli usi più vari. In cucina è ottima nella frittata. Nella pasta ripiena dà un gusto inimitabile ai ravioli alla ricotta. Non mancano sformati e risotti arricchiti dai germogli d’ortica, così come questi ultimi bolliti e conditi con olio d’oliva e limone. Semplici ma gustosi (attenzione però, l’ingestione di forti dosi può portare a irritazioni gastriche e dermatiti). E nel campo dell’artigianato, l’ortica si può anche filare e tessere. Il risultato sono una fibra e una stoffa molto morbide e allo stesso tempo resistenti.

Anche l’olibri, detto “spinacio selvatico”, riserva sorprese. Ottimo in cucina, viene usato fresco da primavera sino a metà estate, periodo ideale per la raccolta, in prati e pascoli montani, dai 500 ai 2100 metri di altitudine. Si possono consumare i germogli e le giovani foglie basali. L’utilizzo è simile a quello degli spinaci, piacevole nei ripieni, ma anche crudo in insalate miste. Particolari le sue proprietà che consentono di utilizzarne le foglie in ambito artigianale per far tornare a splendere i vecchi paioli in rame. 

Della vitalba si apprezzano in cucina i germogli, raccolti perlopiù ad aprile e consumati freschi in primavera (in questo periodo le sostanze irritanti, per cute e mucose, contenute nella pianta sono presenti in quantità minima; ne va comunque fatto un uso limitato) o sottolio tutto l’anno. L’artigianato ne sfrutta anche i rami nell’intreccio.

Della mora, oltre a gustarsi i frutti, si posso mangiare i giovani getti della pianta, lessati sono buoni nelle frittate. Nell’artigianato, vengono intrecciati i rametti per realizzare cesti e utensili. Le foglie e le punte tenere della pianta sono anticamente un’utile base per tingere di nero le stoffe.

Sempre nell’arte tintoria, il biancospino è un altro protagonista. La scorza dei rami bollita dà origine ad una tinta che varia secondo i tessuti che vengono colorati. Su seta e lana, un intenso color tabacco d’Olanda. Su lino e cotone un colore rosaceo. I rami di biancospino, molto resistenti, sono usati per produrre utensili. In cucina gli usi di questa pianta sono tanti. I fiori, colti ancora in boccio sottoforma di palline bianche, possono essere usati in sostituzione dei capperi. E poi i frutti (in realtà falsi frutti), sono ingredienti per profumate marmellate.

Anche la pianta del sorbo è molto sfruttata, usata fin nella corteccia, ricca di tannini, per la concia delle pelli. Il legno della pianta ha una sua peculiarità, diventa infatti molto più resistente dopo essere stato tenuto a lungo a bagno nell’acqua. E anche i suoi frutti sono particolari, tanto che un tempo c’era chi li utilizzava, nei periodi di carestia, per ricavare farina.

Si continua con il prugnolo, tipico dei luoghi selvatici, tra le siepi e ai margini dei boschi. Le sue foglie sono bollite per ricavare una sostanza utile nella conciatura. I frutti possono essere usati per realizzare tinture e inchiostri. Spostandosi in cucina, i frutti del prugnolo hanno caratteristiche uniche. Normalmente sono così aspri da non poter essere mangiati. Se si aspetta però che il gelo, provocando spaccature sulla buccia, faccia penetrare all’interno della polpa dei microfunghi capaci di aggredirne i tannini, questi frutti diventano godibili e apprezzati nella creazione di marmellate, bevande e liquori.

Tessuti dalle tinte scure sono invece il risultato del trattamento con decotto a base di uva orsina. Tutte le parti della pianta vengono bollite e si ottiene un’efficace preparazione per la tintura. Anche nell’arte della concia la pianta di uva orsina, tipica delle pinete montane, si dimostra particolarmente utile. Come commestibilità (si sconsiglia il consumo alle persone gastro-sensibili, a causa dei tannini contenuti nei frutti, che irritano la mucosa dello stomaco) i frutti appena raccolti della pianta di uva orsina non sono proprio un granché. Danno però il meglio nelle marmellate. 

In un diverso modo viene sfruttata la gaggia, anche detta acacia o robinia, diffusa lungo i margini delle strade. La scorza diventa la base per realizzare cordaggio. Ma anche per produrre carta e riempire materassi. Nel ricettario la gaggia è presente con i suoi fiori (dei quali si consiglia un uso moderato perché contengono in minima parte principi tossici, maggiormente presenti nella corteccia e nelle radici), che possono essere gustati in insalate o fritti.

È poi la volta del finocchio selvatico. Il suo profumo è un protagonista della campagna marchigiana. Ingrediente ricco di aroma della cucina locale, può essere anche utilizzato in ambiti particolari. Le botti venivano ad esempio profumate al loro interno con mazzetti di finocchio selvatico. La pianta si trova facilmente in campagna, nei terreni incolti e fino ai 1000 metri di altitudine, tra giugno e settembre.

Il colore scuro di sambuco e mirtillo richiama invece l’idea di inchiostri e tinture. Effettivamente queste bacche e piccoli frutti sono la base, nel caso del sambuco, di un ottimo inchiostro, ricavato dalla macerazione nell’aceto degli stessi frutti. Un bel color porpora è quanto si ottiene dal mirtillo, utile nella tintura di lana, seta e cotone, ma anche della tela e della carta. Sempre i frutti, mescolati con le foglie, vengono utilizzati nella concia. E poi in cucina. Mentre tutti conoscono le potenzialità del mirtillo, pochi sanno che anche il sambuco può essere utilizzato con successo in cucina: i suoi fiori sono ottimi fritti.


Laura Ricci
 

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